Assumere bene non basta. Le regole che nessuno scrive

 

Quando un inserimento va male, la prima domanda è sempre “abbiamo selezionato la persona giusta?”. Quasi mai la domanda è: le abbiamo detto come si lavora davvero qui, o l’abbiamo lasciata capirlo da sola, un errore alla volta?

 

Il caso

Un team che lavora insieme da anni ha smesso di notare le proprie regole. Chi decide cosa, come si comunica un problema, cosa è urgente e cosa può aspettare — tutto dato per scontato, perché per chi è dentro da tempo è ovvio. Poi arriva qualcuno di nuovo. E quell’ovvietà diventa il suo primo ostacolo: non sa queste regole, nessuno gliele ha scritte, e le scopre solo sbagliando, osservando correzioni e reazioni altrui.

Con il mio sistema Leadership Shift System™, il team ha reso esplicito quello che fino a quel momento restava implicito: un Patto di Squadra che trasforma le aspettative non dette in accordi chiari e osservabili da chiunque entri — oggi o in futuro.

 

Il dato

Non è un problema isolato di quel team. Secondo Gallup, solo il 12% dei dipendenti è fortemente d’accordo sul fatto che la propria azienda faccia un buon lavoro di onboarding. E SHRM stima che il turnover nei primi 18 mesi di un nuovo inserimento possa arrivare al 50%.

Non è (solo) un problema di scelta della persona. È un problema di cosa resta non detto.

 

La decisione

L’onboarding non è il modulo da firmare o l’account da attivare. È rendere visibili le regole che il team usa ogni giorno senza accorgersene — prima che la persona nuova debba dedurle da sola, sbagliando.

 

Il paso

Ne ho scritto in modo più ampio sul blog, con il triangolo persona-ruolo-contesto che spiega perché anche un inserimento “giusto sulla carta” può non funzionare.

→ Assumere bene non basta: perché l’inserimento fallisce anche con la persona giusta

 

Altrove

 

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